Gabriella Maleti
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testi

da Memoria
Edizioni Gazebo, Firenze, 1988




da "L'ALBERO DEL MONDO"


1

Pareva davvero (ma vero?)
un viaggio finito
il primo si stese
mise larghi i piedi
l'altro si sentì infinito
fece un gesto come a dire
siamo tutt'uno in questa grande vallata
il primo udì un suono
volse il capo
nessuno
o la piuma a capo del piede
o la serpe che passa
cieca produce un segmento.


2

S'appoggiarono a un tronco
misurarono soppesarono il passo
- È la strada di allora?
- Non parlare,
un crinale
e smotta il sentiero
è la stessa strada
dammi la mano per
questo strapiombo.


3

Andavano in silenzio
chi torcendo le mani
chi piegando la testa
il primo s'afflosciò di lato
il compagno seguitò
ma nulla vedeva
nemmeno la sera
credendo fosse la sera.



10

Si sparsero per cercare cibo
quello che s'era incontrato
prima
come maiali o uccelli
pareva sepolto
tornarono con buste
perline
scarlatti gusci
avvolti gelidi mazzi.


11

Sotto l'albero addormentati
non s'accorsero
d'aver percorso
la piccola ispida
barba
in agguato.


14

Ripresero il passo
guardando
fiutando il sentiero
ogni tanto qualcuno
staccava una mora
si faceva ridendo
come un fanciullo
nere le labbra la gola.


15

Cominciò un'acqua improvvisa
dal monte
a dirotto piegò frasche
ingoiò tane insetti uccelli
nascosti
fece paura con
quella premura di assalire
troncare la valle
al primo usciva dagli orecchi
al secondo dai denti
si tennero uniti in tondo
fìngendo l'albero del mondo.


19

- C'è un fuoco più in fondo.
- Corriamo - dissero
e presero a fare un gran rumore
coi passi e le spinte e i respiri
e i tegami addosso e i bicchieri
ma giunti non videro nulla
per quanto si dannassero
a guardare.


20

- Voglio infine parlare
disse il quarto che quasi mai
si sentiva
e pareva intendesse
un discorso importante
ma quando ebbe tutti gli sguardi
fissi
aprì enormemente la bocca
senza alcun suono
mentre s'accorse di un
raro piangere irrefrenabile.


27

Il bosco
dell'animale nascosto
che spiava
(che loro credevano fuori)
rideva
dentro loro
nelle teste.


28

Quello di cui erano carichi
e ogni parola che conoscevano
rigorosamente
tutto
lasciarono espulsero
portando i ciechi intestini
nell'unica direzione incerta
che conoscevano.

* * *


da "LA TORTORA"

E presi poi a ragionare di ciò che si conveniva al momento, mitigando con il balsamo della verità un dolore ben noto a Te.

Sant'Agostino




Per la morte di mio padre

1

Meglio scriversi per ciò che incombe
molto meglio che vedersi.
Poi tu piccolo tacito depistante
(poco importa oramai)
indolenzito e dolente
lento sali le scale
tardivo ma sommo d'ambasce.
Sei tu l'ombroso mio viaggio
e ti spartii o ti spartisco?
O piuttosto non finisco di tenerti
in questa misteriosa partecipazione
in questo solo ascolto.


2

Cosa avremmo dovuto aspettare
e cosa doveva disvelarsi?
Come procedere nell'intrigo
sbadati per natura
con il nostro mormorante m'accuso
perdenti
con lo stesso soma
lo stesso naso?
A che mancanza doveva supplire
la nostra presenza?
Uniti perché soli?
Uniti perché uniti?
Cupa l'intera vicenda.


6

Dopo anni d'inestinguibile canovaccio
e una prosa sminuzzata
in pause puntate timorosi rientri
nulla s'è perso.
Trasecolato pudico
con quell'andatura d'animale ormai sderenato
solo qualche rapido riso di
infanzia colta in fallo
subito placato
e subito tornato nei tuoi nodi
sulla traballante carcassa d'ossi
foresta d'intricati tendini
e malleoli e nocche e fili
e rapide cime
dove mi tenevi
su su in certe domeniche da bambini
su al cielo.


9

In quella consumazione di assensi
di bisbigli di torpore
quando il mio caro cugino e tutti noi
a una voce recitante ci unimmo
e dove il padre gettatasi sconsolatamente
di lato e così caduto
era venuto riposto
là in quella stanza latina
l'uccello - randagio o illuminazione -
giungendo dal fuori
su lui pose voli circolari
e di quegli allunaggi
di quei ritorti incisi sopralluoghi
pensai buon auspicio e serena positura
e da positura a suggello
arrivato da, nel, sopra il corpo
del padre che dormiva.

10
Oh potessi tremulo vario fiore
rivedere te che alla luna badavi
e seguivi le adombrate fasi.

* * *


da "MEMORIA" (1985-1986)



V

All'inizio ci sono i bambini
quel loro persistente esserci
con la salvezza che propongono
derivati scolpiti accaldati
loro lieti bambini in avvenire
aggregati grappoli fatalità
- ah, bambini - e tremo pensando,
qualcosa diffusamente trema,
un ordito bambino rimasto incompiuto
confusamente trema,
una vaghezza presentita,
un torpore improvviso,
smarrita come non prevedevo davanti a voi
interrotta perché mai annunciata integra,
composta forzatamente intrecciata
ma subito lesa e in punti lacera
la mia autorità,
solo nominale per raggiunta età,
vaga
- come ha d'esser vaga (certo vaga) autorità -
e tristemente impacciata
inesistente diremmo
quella di noi bambini còlti anzitempo e
messi in una stiva a maturare bui.

E bambini: arrembaggi e oceaniche versioni,
per sempre presso di voi mi coglierà
questa soggezione
questa folgore da bosco stremato
e inappetente.



IX

Analiticamente chiarito:
questo vuole il tempo-bracco.
Decifrazione di pieghe reprobe, infestanti.
Saputo ciò che non sapevo d'essere.
Calamai agli occhi.
(Allora) di chi dubitare? Eleggere a rovescio?
Parte da rivolgermi?
Questo superiore decifrare
particolarmente: la madre
il padre:
materia già in alloggi.
Quindi è pace
e pace di tutto e tutto?
Oscuramente come capita nelle selve
confusamente assisa-mente
oscuro.
Ma anche inconsolabilmente
chiaro.




X


I guasti della mente sono i ricordi e i sogni

G.M.


L'affilato gaudio della memoria
o mestiere
o lido malarico
quel suo viso straccio da nemesi
da doppia servitrice
memoria della memoria
gregge malcapitato che s'allarga
erra
con quelle zampe meste
e ossi e orecchie senza tripudio
che pertanto somigliano
e andando tacciono
se non fosse
per quel generale rumore sommesso
di armati spogli che tornano.
Così è la mia memoria
in quel lanoso toccarsi
di animali rinserrati
di lidi e luoghi e
visi mansueti
ora sulle mie tracce.

Memoria-ombra
che copre
e coprendo pare taciti
invece rumina
così quello di cui mi pento
e taccio
mi osserva.
Io ascolto se
cede la folta selva
se cade in essa l'immobile bestia.



XX

Eccomi. Eccomi.
Dure chiosate interpellate
paure.
Tranquilla?
Pronta.
Valutato l'inconoscibile
Il disastro. Chiamata al disastro
Prendo le mie cose per comparire
rispondere di chissà quale fandonia
chissà quale borioso legno (legni miei),
quale intraducibile prole.
All'appello? (Quien sabe?) sorte solforosa
come Saturno alle terme
sulfurei bagni e lavande
sotto sotto propellenti.

Sorte da trapper
trappista
di tappa in tappa
modesto viaggiatore di culti e sipari,
latore della presente
cultore privilegiato di parole e alambicchi
(picchi e all'erta),
cuoco cinese e rotondo insolubile
cacao

 

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